(gennaio 2025)
Il 2024 è l'anno più caldo mai registrato a livello globale, il primo a superare il limite di 1,5°C
Il Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus conferma il 2024 come l'anno più caldo mai registrato e il primo anno solare in cui la temperatura media globale ha superato di 1.5 C il livello preindustriale. Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, ECMWF, ha commentato: "Tutti i dati sulla temperatura globale prodotti a livello internazionale mostrano che il 2024 è stato l'anno più caldo dall'inizio delle registrazioni nel 1850. L'umanità è responsabile del proprio destino, ma il modo in cui rispondiamo alla sfida climatica deve basarsi sull'evidenza. Il futuro è nelle nostre mani: un'azione rapida e decisa può ancora modificare la traiettoria del nostro clima futuro".
(fine dicembre 2024)
Polo Nord, la previsione choc degli scienziati: «Il primo giorno (estivo) senza ghiaccio già nel 2027»
Negli ultimi 40 anni l'Artico si è riscaldato i 0,3 gradi ogni decennio: con meno ghiaccio, l'acqua scura dell'oceano Artico si riscalda con effetto boomerang.
Le proiezioni pubblicate su Nature dicono che nella peggiore delle ipotesi il ghiaccio del polo nord sparirà già nel 2027. Lo scioglimento del ghiaccio nell'oceano Artico sta avvenendo a una velocità superiore a quella prevista solo pochi anni fa e gli scienziati sono convinti che in una data non lontana arriverà il primo giorno (in estate) in cui il Polo Nord sarà completamente libero dal pack ghiacciato. In estate solo un quarto dell’Artico è coperto dai ghiacci e il volume dei ghiacci è solo un quinto rispetto a 30 anni fa: è molto più sottile e più giovane mentre il ghiaccio «vecchio» è quasi scomparso. Lo scioglimento del ghiaccio lascia liberi ampi tratti di mare. Ciò determina un effetto feedback, perché le pozze d’acqua aperte tra il ghiaccio sono scure e assorbono più calore e il ghiaccio sottile è meno riflettente e fa passare tre volte più luce solare rispetto a quello vecchio riscaldando a sua volta l’acqua.
(dicembre 2024)
Elizabeth Kolbert: «La sesta estinzione è in corso, i dati oggettivi sono terribili». E siamo tutti impreparati
La scrittrice aggiorna il saggio sul cambiamento climatico per il quale ha ricevuto il Pulitzer nel 2015. «Anche i dinosauri erano il gruppo dominante, prima di scomparire. Se dovessi scommettere su una specie in grado di sopravvivere, sarebbe la nostra: ma gli impatti sono tremendi, questo è un clima mai visto nel corso di milioni di anni»
(novembre 2024)
Il plancton sembra destinato a non sopravvivere al riscaldamento globale: l'allarme in un nuovo studio
L’importanza del plancton è inversamente proporzionale alle sue microscopiche dimensioni: costituendo la base della catena alimentare nonché uno dei più importanti depositi di carbonio del pianeta, la sua scomparsa sconvolgerebbe irrimediabilmente la vita degli oceani (e non solo) per come la conosciamo oggi. Basta questo per avere un’idea dell’entità dell’allerta lanciata da uno studio internazionale guidato da un pool di ricercatori dell’Università di Bristol e pubblicato mercoledì 13 novembre sulla prestigiosissima rivista Nature. Focalizzato sulle conseguenze del cambiamento climatico, ha infatti messo in luce come questi fondamentali microrganismi potrebbero non riuscire a sopravvivere al progressivo surriscaldamento degli oceani. Un tema – questo – più che mai d’attualità nei giorni della Cop29 di Baku e a poche settimane dalla pubblicazione di un report Onu che ha certificato l’insufficienza degli attuali impegni climatici nazionali per centrare l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali.
(ottobre 2024)
L'esperto di uragani: «Mari sempre più caldi, non si attiva più l'auto-spegnimento.»
Enrico Scoccimarro del Centro Euro mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: «La stagione era stata già battezzata come pericolosa. Saranno sempre più violenti, ma meno frequenti». Definito l’uragano del secolo, Milton ha spianato la Florida. Danni alle strutture, morti e devastazioni. Di recente una sorta di uragano in miniatura, Kirk, ha lambito l'Europa. Dovremo abituarci a eventi sempre più radicali e intensi.
(ottobre 2024)
Antartide sempre più verde per il riscaldamento globale: in 35 anni la vegetazione è aumentata di oltre dieci volte
L'Antartide, il continente «bianco» per eccellenza, sta diventando sempre più verde a causa dell'espansione della vegetazione dovuta al riscaldamento globale. Lo ha scoperto uno studio basato sulle immagini raccolte dai satelliti Landsat tra il 1986 e il 2021, pubblicato sulla rivista specializzata Nature Geoscience. Si tratta in gran parte di specie di muschio. In alcune isole settentrionali della Penisola antartica prospicenti alla Terra del fuoco tra 62 e 64 gradi Sud (sotto il Circolo polare antartico, una latitudine nell'emisfero Nord paragonabile a quella della Norvegia centrale) nel periodo preso in considerazione la zona coperta da vegetazione è passata da 0,863 chilometri quadrati a 11,947 kmq, una superficie che a un esame superficiale appare minima ma che corrisponde a un incremento di quasi 14 volte. La diffusione del muschio ha subito un'accelerazione negli ultimi cinque anni presi in considerazione con un tasso di sviluppo di 40 ettari all'anno. Il terreno diventa così più scuro facendo aumentare l'assorbimento del calore dei raggi solari e innescando un circolo vizioso che alimenta il riscaldamento globale.
(fine dicembre 2023)
2023: record di incendi
Il 2023 a causa degli incendi è stato classificato come "l'anno più letale del 21° secolo" dall'Emergency Events Database dell'Università Cattolica di Lovanio. L'attenzione viene posta sul fatto che ad un maggiore numero di roghi corrisponde un minor tempo per il rigenero della vegetazione. Ciò comporta anche una notevole riduzione nell'assorbimento dell'anidride carbonica, contribuendo così al riscaldamento globale.
(dicembre 2023)
Lo scioglimento del permafrost potrebbe accelerare il riscaldamento globale.
Il permafrost è quella porzione di terreno che rimane sotto 0 °C per due anni o più. Il Dipartimento di Geologia Artica di Longyearbyen nelle Svalbard, Norvegia, ha recentemente pubblicato uno studio secondo il quale sotto il permafrost dell'arcipelago delle Svalbard sono intrappolati milioni di metri cubi di metano.
Con l'aumento delle temperature il gas potrebbe fuoriuscire in atmosfera aggravando così l'effetto serra trattandosi di un gas circa 25 volte più influente della CO2. Una fuga su larga scala potrebbe creare un ciclo di riscaldamento che, a sua volta, farebbe salire ancora di più le emissioni di metano.
Gli scienziati sottolineano che la storia geologica e glaciale delle Svalbard è molto simile a quella del resto della regione artica, della Siberia e dell'Alaska. E' probabile quindi che questi depositi di metano siano presenti anche altrove.
Gli studi hanno anche dimostrato che lo strato attivo di permafrost, cioè uno o due metri superiori che si scongela e si ricongela stagionalmente, si sta espandendo con il riscaldamento del clima. Se il permafrost costantemente ghiacciato diventasse più sottile e frammentato il metano intrappolato al di sotto potrebbe trovare una via di fuga accelerando quindi il riscaldamento globale e aggravando la crisi climatica.
(dicembre 2023)
COP 28 a Dubai
Dal 30 novembre al 12 dicembre 2023 si è tenuta a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la 28ª Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP).
Hanno partecipato tutti i paesi membri della Convenzione sul Clima (quasi 200) e alcuni rappresentanti di organizzazioni governative. Tra gli obiettivi principali discussi: ridefinire nuove politiche ambientali, lavorare per un’eliminazione dei combustibili fossili, favorire la mitigazione dei cambiamenti climatici, aumentare il lavoro per lo sviluppo dell’energia rinnovabile.
Purtroppo l'accordo raggiunto alla fine della conferenza sul clima di Dubai è stato un grosso compromesso coi paesi produttori di petrolio. Gli impegni presi, poi, non sono legalmente vincolanti e non possono obbligare nessun governo ad agire in un certo modo. In conclusione, tanto fumo e poco arrosto.
Non si parla di consumare meno carne eliminando gli allevamenti intensivi, che ridurrebbe le emissioni di ben il 15% se questa misura fosse attuata a livello globale. Non si parla nemmeno di ridurre i consumi e neppure di contenere la crescita demografica che incidono altamente e direttamente sulle emissioni di CO2.
Se da una parte negli accordi finali si menzionano per la prima volta i combustibili fossili e la COP invita i paesi a contribuire allo sforzo di riduzione delle emissioni «allontanandosi gradualmente dai combustibili fossili nei sistemi energetici», il modo in cui sono scritti i testi degli accordi sul clima lascia spazio a una serie di «scappatoie» per continuare a produrre emissioni senza riduzioni concrete.
La COP invita i paesi dell’ONU anche a triplicare la produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2030 e a «ridurre sostanzialmente» le emissioni di metano, un gas serra che ha grossi effetti nell’atmosfera sul breve termine, entro il 2030, senza però specificare in quale misura.
L’Arabia Saudita invece ha ottenuto che fossero menzionati i sistemi per la cattura e il sequestro dell’anidride carbonica di cui all’interno dell’industria petrolifera si parla spesso come della soluzione principale al problema delle emissioni. In realtà si tratta di tecnologie ancora molto costose e poco utilizzate, su cui peraltro l’Arabia Saudita non sta investendo e che secondo gli scienziati non avranno effetti risolutivi sulla crisi climatica ma consentiranno al massimo di mantenere una piccola produzione di energia che parta dai combustibili fossili. L’accordo della COP28 dice semplicemente di «accelerare» l’uso di tali tecnologie. Non parla invece di ripiantare miliardi di alberi, che fin da quando sono apparsi sulla terra catturano naturalmente la CO2 senza nessun dispendio economico né consumo di energia e di proteggere le foreste esistenti dagli incendi.
Il documento invita anche ad accelerare la riduzione graduale dell’uso delle centrali elettriche a carbone prive di impianti per la cattura e sequestro delle emissioni di anidride carbonica. Una bozza precedente parlava anche di vietare la costruzione di nuove centrali a carbone senza tali impianti ma la Cina e l’India, che ne stanno progettando per soddisfare le proprie necessità energetiche, hanno ottenuto che quel passaggio fosse eliminato.
Menziona anche l’uso dei «combustibili a basso impatto di emissioni», una formulazione con cui secondo certe interpretazioni si potrebbe intendere il gas naturale, che tra i combustibili fossili è quello che produce meno emissioni. Questo aspetto dell’accordo non è ben visto dagli ambientalisti per cui potrebbe servire per aumentare invece che ridurre l’uso dei combustibili fossili nel complesso.
Una cosa importante è l’istituzione del fondo con cui i paesi più ricchi finanzieranno quelli in via di sviluppo più esposti agli effetti negativi del cambiamento climatico, come gravi tempeste e siccità, al fine di riparare a perdite e danni. Anche su questo aspetto però la COP28 non è stata così rivoluzionaria: dei fondi sono stati promessi, ma complessivamente ammontano solo a 700 milioni di dollari per il momento. Secondo la stima di una ong internazionale che si è dedicata al tema, servirebbero più di 400 miliardi di dollari all’anno, quindi una goccia nell'oceano.
In conclusione poi questa COP ha il problema di tutte le COP: sono conferenze internazionali e non portano in modo diretto ad azioni concrete nei diversi paesi. Bisogna vedere se effettivamente i governi del mondo ne seguiranno le indicazioni e già in passato è successo che agissero in senso contrario. Negli ultimi anni ad esempio l’Unione Europea ha partecipato alle COP chiedendo una riduzione dell’uso dei combustibili fossili ma molti suoi paesi membri hanno contemporaneamente investito in nuove infrastrutture per approvvigionarsi di gas naturale.